Ci insegnano, negli studi di giornalismo, che una notizia dovrebbe essere spoglia di metafore, neutra, priva di emozioni e diretta. Il suo compito è quello di informare, non di influenzare. Il lettore dovrebbe essere libero di formarsi un’opinione propria, senza che chi scrive suggerisca — più o meno esplicitamente — cosa pensare.
Eppure oggi la cronaca sembra aver perso questa sobrietà. Le notizie arrivano già cariche di emozioni: immagini di pianti, primi piani drammatici in TV, titoli sensazionalistici, metafore forzate. Il linguaggio non è più solo informativo, ma persuasivo, talvolta manipolatorio.
Spesso mi capita di iniziare a leggere un articolo e di non riuscire ad arrivare in fondo. Non perché manchino informazioni, ma perché il testo mi sta già suggerendo come dovrei sentirmi. E io non voglio essere guidata nel mio giudizio: voglio leggere, capire, riflettere. Non subire.
Qual è il rischio di un’informazione troppo carica emotivamente?
L’odio. Viviamo in una società in cui il risentimento verso “l’altro” è sempre più diffuso. Alcuni si sentono attaccati direttamente dalla notizia. Altri si immedesimano così tanto da reagire con rabbia, anche quando la notizia non li riguarda davvero. È un meccanismo pericoloso: le emozioni non mediate generano frustrazione, e la frustrazione alimenta l’odio.
La mente umana è fragile, e i social media lo dimostrano ogni giorno. Viviamo in un’epoca in cui si copia tutto. Non perché qualcosa ci rappresenti, ma perché l’ha comprato l’amico, che l’ha visto in un video, in cui un influencer lo mostrava, dopo averlo preso da qualcun altro ancora più ricco o famoso.
È una catena. La ricchezza è diventata desiderio universale, ma più che costruirla, oggi si vuole ottenere subito. Anche il gusto personale è diventato riflesso di un altro. Ci piace un vestito perché sta bene a qualcuno. Poi magari a noi non dona, ma lo vogliamo lo stesso, perché “va di moda”. Non si tratta solo di moda, ma della crisi della capacità critica.
L’informazione non viene più selezionata, ma subita
Non ci si chiede più: “Ha senso?”, “È vero?”, “Perché viene detto così?”. Le notizie che fanno più rumore sono quelle che suscitano una reazione istintiva. E questo è pericoloso, perché oggi affrontiamo un altro fenomeno serio: l’analfabetismo funzionale.
Sempre più persone sanno leggere, ma non comprendere. E se non comprendono, non possono analizzare né interpretare correttamente. Di conseguenza, non riescono a distinguere un fatto da un’opinione, una provocazione da un’informazione.
Non possiamo obbligare nessuno a studiare o a migliorare le proprie capacità critiche. Ma possiamo — e dobbiamo — essere responsabili di come comunichiamo. Ogni parola pubblicata ha un peso. E chi scrive dovrebbe sempre chiedersi: “Questo testo aiuta a capire o a reagire d’istinto?”
Perché una società che reagisce senza comprendere è una società che smette di pensare.
La responsabilità dell’informazione non ricade solo sui giornalisti, ma anche su chi legge, guarda, ascolta. In un’epoca in cui i contenuti viaggiano velocemente e le emozioni diventano virali, è fondamentale recuperare il valore della lentezza, della verifica, del dubbio.
Imparare a distinguere un’opinione da un fatto, un’influenza da un’ispirazione, un’emozione da una manipolazione è un esercizio quotidiano, faticoso ma necessario.
Non possiamo cambiare il mondo con un solo articolo, ma possiamo scegliere ogni giorno da che parte stare: quella del pensiero critico, della consapevolezza e del rispetto per l’intelligenza dell’altro.
Perché informare non è solo raccontare: è anche avere cura di chi legge.
Evisa Feleqi









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