Mi hanno regalato un libro.
Una persona molto importante per me me lo ha messo tra le mani dicendomi:
«Non so se può piacerti».
Non poteva sapere, però, che quel libro avrebbe generato pensieri, progetti, riflessioni profonde. Era il suo libro preferito e ha pensato che potesse diventare anche il mio. Quando l’ho preso tra le mani ho sentito l’odore delle pagine, come se custodissero già qualcosa di vivo. Ricordo l’emozione di quel momento — oggi mi viene da sorridere ripensandoci.
«È un libro un po’ triste» mi disse, «ma anche felice e ispirante».
Mi spiegò che era una storia vera. Una storia che, pur attraversando il dolore, riesce a restituire senso, a farti entrare nei pensieri più profondi e a trovare risposte a domande che forse non avevi mai avuto il coraggio di formulare davvero. È un libro che parla del senso della vita.
Mi sono chiesta: come può una storia triste renderti felice?
La risposta potevo trovarla solo leggendo.
Ora sono arrivata a metà del libro, ma ho già accolto una parte essenziale della sua anima.
Ci sono tanti rapporti nella nostra vita: con la famiglia, con il partner, con i figli, con gli amici. Ma ce n’è uno spesso trascurato: quello tra uno studente e il suo professore.
In questo libro ho trovato un racconto delicato e intenso tra due personalità diverse ma profondamente legate: Mitch Albom e il suo professore Morrie.
Il libro è un viaggio tra passato e presente. Morrie è malato terminale. Sa che sta per morire. E sente il bisogno di raccontare la sua vita, di lasciare un segno, una lezione che possa restare nel cuore di chi ascolta.
Si incontrano ogni martedì.
Ogni martedì diventa un capitolo.
Ogni capitolo è una lezione.
Leggendo, ti fermi. Rifletti. Torni alla tua storia.
Quando ho letto del rapporto tra Mitch e il suo professore, mi sono fermata a pensare ai miei docenti. E me ne è tornato in mente uno in particolare: il professore di Storia Moderna all’università. Una persona intelligente, rigorosa, devota alla sua vocazione. Perché sì, insegnare è una vocazione. Non tutti possono farlo bene.
Durante una lezione ci disse:
«Dovete essere affamati per avere successo là fuori».
A ventun anni quella frase mi sembrava distante. Avevo già affrontato sfide, mi sentivo sicura. Non avevo mai perso davvero. Pensavo di sapere.
Mi sbagliavo.
Oggi capisco cosa intendeva. Oggi so che bisogna essere affamati — non di denaro o apparenza, ma di crescita, di coraggio, di verità.
Cosa ricevo io leggendo questo libro?
Cosa mi rimane?
Mi rimane l’invito a scoprire me stessa.
A guardare in faccia le mie paure.
Ad accettare il dolore senza fuggirlo.
Nel libro, Mitch diventa la voce del suo professore. Attraverso una trasmissione televisiva, Morrie parla della morte, dell’amore, della delusione, dell’accettazione.
C’è una frase che mi ha colpita profondamente:
«L’essere umano sa che la morte esiste, però non ci crede. La vede accadere, ma la percepisce lontana dalla propria vita.»
Morrie racconta i momenti di felicità e quelli di dolore. E lo fa con una lucidità disarmante. Parla della fine non con disperazione, ma con consapevolezza.
Negli ultimi momenti della vita — dice — non contano i soldi, la macchina nuova, il vestito di marca. Contano la famiglia, la pace, la serenità, le persone che ti sono accanto.
E mentre leggi la sua vita, inevitabilmente inizi a rileggere la tua.








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