Avete mai sentito parlare di egoismo? Vi siete mai chiesti se essere egoisti renda automaticamente cattivi?
Viviamo sicuramente in una società che molti oggi definiscono “egoista”, attribuendo a questa parola un significato negativo, quasi colpevole del malessere sociale generale.
Nel tempo, diversi filosofi e studiosi hanno cercato di dare un senso al comportamento egoistico, spiegandone l’origine e tentando di classificarlo come tratto naturale dell’essenza umana oppure come una piaga da curare.
Freud ci dice che l’essere umano vive attraverso le “pulsioni”, ovvero desideri che cerca di soddisfare. L’Io rappresenta una forma di egoismo naturale, perché protegge la persona, difende la propria identità ed emerge quando le pulsioni personali prevalgono sulla cura degli altri.
Piaget collega l’egoismo alla natura infantile dell’essere umano. Da piccoli siamo egoisti perché non siamo ancora in grado di distinguere il nostro punto di vista da quello degli altri. Crescendo, spesso ci portiamo dietro residui di questo comportamento infantile.
La filosofia osserva l’egoismo da prospettive diverse, offrendo allo stesso fenomeno molteplici angolazioni.
Aristotele distingue due tipi di egoismo:
- Egoismo basso, in cui l’uomo è orientato al piacere immediato. Questo non lo rende cattivo, ma compiacente. È importante chiarire che non si tratta di un comportamento moralmente malvagio, bensì “basso” nel senso etico del termine.
- Egoismo nobile, proprio dell’essere umano virtuoso, che cerca il proprio bene attraverso l’eccellenza, la giustizia e la relazione con gli altri.
Per Aristotele, l’egoismo è dunque un comportamento che porta l’essere umano a prendersi cura di sé in modo equilibrato, ed è necessario per poter essere utili anche agli altri. Da questo punto di vista, l’egoismo permette alla persona di vivere bene, e quindi di essere felice e capace di restituire valore alla società.
Hobbes vede l’egoismo come una legge naturale, poiché l’essere umano è guidato dal desiderio di autoprotezione. Qui mi soffermo per una riflessione personale: è vero, l’essere umano – e io come tale – vive con un forte senso di autoprotezione. Non vogliamo stare male. Questo è un comportamento naturale della mente. Hobbes aggiunge che, nello stato di natura, tutti competono contro tutti, da cui nasce la necessità di instaurare regole per limitare l’egoismo distruttivo.
In questa discussione si inserisce Kant, che collega l’egoismo all’etica e lo considera un ostacolo alla moralità. L’egoista agisce come se contassero solo i propri bisogni, impedendo così un’azione morale autentica.
In disaccordo con Kant troviamo Nietzsche, che critica l’altruismo inteso come dovere di sacrificio, poiché può portare all’annullamento dell’individuo. Al contrario, egli sostiene che un egoismo creativo afferma la propria vita e la propria potenza, generando valore nel mondo. Se Kant ci direbbe che l’egoismo conduce alla cattiveria, Nietzsche ribalta la prospettiva: l’altruismo estremo può annullare l’individuo, mentre un egoismo contenuto può produrre valore sociale. Ed è a questo pensiero che mi sento più vicina.
L’altruismo ci permette sicuramente di vivere in pace, ma se non è contenuto può spingersi fino al sacrificio totale. Se pensare ai propri bisogni equivale a essere egoisti, allora non potremo mai essere davvero soddisfatti, perché nessun bisogno verrà legittimato. L’equilibrio tra altruismo ed egoismo è fondamentale per garantire una società sana e individui consapevoli.
Il pensiero dell’egoismo razionale di Ayn Rand ha suscitato molte discussioni. Ella propone un’etica fondata sull’egoismo, attribuendo all’individuo il diritto di vivere per sé stesso. Perseguire i propri scopi non è immorale, così come il sacrificio non dovrebbe essere considerato un valore morale in sé.
Il concetto di “razionale” in Rand chiarisce che l’egoismo non significa “fare ciò che si vuole” in modo impulsivo o capriccioso, ma perseguire i propri valori autentici, senza sacrificarsi per gli altri e senza pretendere che gli altri si sacrifichino per noi. Vivere secondo i propri principi, con razionalità, significa vivere per sé stessi senza invadere o danneggiare la vita altrui.
Trovo particolarmente rilevante questa riflessione in un mondo di finto buonismo, in cui spesso si pretende che l’egoista si sacrifichi per il bene altrui. Se per essere considerati buoni dobbiamo sacrificarci, come implicitamente suggerisce una certa lettura kantiana dell’etica, allora l’egoismo non scompare: semplicemente si trasferisce su chi beneficia del nostro sacrificio.
È quasi un’equazione: se io sono altruista, quindi buono, e mi sacrifico per l’interesse della società, allora la persona per cui mi sacrifico non viene considerata egoista. Ma se qualcuno realizza i propri desideri sulle spalle di un altro, il sacrificio non è la soluzione: diventa la causa di un sistema squilibrato, in cui ciascuno, entro i limiti della ragione, agisce comunque per il proprio interesse.
Il discorso rimane comunque aperto: questo è solo un piccolo contributo. Ritengo però che essere “egoisti nobili”, come li definisce Aristotele, ci dia soddisfazione e ci permetta di generare bontà. Vivere costantemente nel sacrificio, invece, non consente di conoscere il piacere di realizzare i propri sogni né di trovare appagamento nella vita quotidiana, contribuendo a rendere il mondo di oggi profondamente egoista e, allo stesso tempo, poco soddisfatta.








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