Viviamo in un tempo in cui i giovani vengono osservati con sospetto, come se fossero un’anomalia da correggere.
C’è una critica ricorrente che li dipinge come apatici, disinteressati alla politica, incapaci di impegnarsi o di sacrificarsi.
Ma è davvero così?
O forse ciò che viene chiamato disinteresse è, in realtà, una forma di rifiuto lucido e consapevole di un sistema che non li rappresenta?
Chi sono i giovani oggi?
Sono coloro che crescono in una società che li accusa di non partecipare, ma non offre reali spazi di partecipazione.
Sono quelli che vengono formati all’università, spesso con alte competenze, per poi essere parcheggiati in tirocini da 700-800 euro.
In una realtà dove quella cifra non basta nemmeno a pagare l’affitto.
“Un giovane laureato, con un tirocinio alle spalle, dovrà accettare come primo stipendio 1.500 euro con un CCNL di quarto livello, che lo classifica come non laureato. Sempre se ha la fortuna di trovare un lavoro.”
Rimanere emarginati oggi è quasi un lusso.
La critica ai giovani è una forma di autoassoluzione adulta
È più facile dire che “non vogliono lavorare”, piuttosto che ammettere che il mercato del lavoro è spesso:
- ingiusto
- sfruttatore
- sbilanciato
“Si pretende sacrificio, ma non si garantisce né dignità né stabilità.”
È sbagliato desiderare equilibrio tra lavoro e vita?
I giovani vogliono:
- una vita più equilibrata
- guadagnare di più
- essere riconosciuti per ciò che sono e sanno fare
Non è fuga. È rinascita civica.
Ribellione o nuova forma di cittadinanza?
Quella che viene vista come “apatia” è spesso un’altra forma di partecipazione:
- attivismo climatico
- diritti civili
- giustizia sociale
- salute mentale
- parità di genere
In conclusione
I giovani non stanno sbagliando.
Non sono il problema, ma la risposta a una società che ha bisogno di rinnovarsi.









Lascia un commento